Cardo mariano: a cosa serve e benefici per il fegato

Fiore di cardo mariano

Il cardo mariano è una di quelle piante che si riconoscono a colpo d’occhio: alta, spinosa, con le foglie screziate di bianco come se fossero state macchiate di latte. La leggenda narra che quelle venature bianche siano gocce del latte della Madonna, da cui il nome “mariano”.

Cresce spontaneo lungo i bordi delle strade e nei terreni incolti di tutta Italia, ed è proprio dai suoi semi, piccoli e lucidi, che si ricava il principio attivo più noto: la silimarina, un complesso di flavonolignani a cui si devono gran parte delle sue proprietà.

È conosciuto soprattutto per il suo effetto epatoprotettivo: la silimarina aiuta le cellule del fegato a rigenerarsi e le protegge dall’azione di alcune sostanze tossiche, agendo quasi come uno “scudo” per l’organo che si occupa di filtrare tutto quello che mangiamo e beviamo.

Non è un caso che sia spesso consigliato nei periodi successivi alle feste, o dopo settimane un po’ più “pesanti” a tavola, quando il fegato ha lavorato più del solito e ha bisogno di un sostegno in più.

Oltre al fegato, il cardo mariano ha un ruolo anche nel metabolismo dei grassi e nel mantenimento di livelli normali di colesterolo, motivo per cui lo trovate spesso abbinato ad altre piante drenanti come il tarassaco o il carciofo.

Un aneddoto curioso: il nome scientifico, Silybum marianum, arriva dal greco “silybon”, che significa semplicemente “nappa” o “pennacchio”, in riferimento alla forma vistosa dei suoi fiori viola, che d’estate attirano api e farfalle a frotte.

Si trova facilmente in erboristeria sotto forma di capsule, tintura madre o tisana a base di semi tritati: la scelta dipende soprattutto dalle proprie abitudini, perché l’effetto depurativo si costruisce con la costanza più che con l’assunzione occasionale.