Tarassaco: a cosa fa bene per fegato e intestino

Campo di tarassaco in fiore

Lo conosciamo tutti fin da bambini, quando soffiavamo sui suoi soffioni bianchi sperando che il vento portasse via un desiderio. Il tarassaco, però, è molto più di un gioco d’infanzia: è una delle piante drenanti più usate nella tradizione erboristica europea.

Cresce ovunque, nei prati, lungo i sentieri, persino tra le crepe dell’asfalto: è una di quelle piante che la natura non fa fatica a diffondere, forse anche per questo in passato veniva chiamata “piscialetto”, proprio per la sua azione diuretica tanto marcata.

La parte più usata è la radice, ricca di inulina e di principi amari che stimolano la produzione di bile e aiutano il fegato nel suo lavoro quotidiano di filtraggio. Non a caso il tarassaco viene spesso definito un “tonico epatico” nella tradizione popolare.

Oltre al fegato, agisce positivamente anche sull’intestino: i principi amari favoriscono la digestione e possono dare una mano in caso di gonfiore o pesantezza dopo i pasti, quelle sensazioni che tutti conosciamo bene dopo un pranzo un po’ troppo abbondante.

Anche le foglie si possono usare, crude in insalata o cotte come verdura: in molte zone d’Italia la raccolta del tarassaco selvatico in primavera è ancora un’abitudine tramandata di generazione in generazione, soprattutto nelle campagne.

È spesso abbinato al cardo mariano e al carciofo proprio perché le tre piante lavorano in sinergia sullo stesso fronte: depurazione epatica, digestione e drenaggio dei liquidi, un trio molto amato in erboristeria per i cambi di stagione.

Si trova in tisana, in tintura madre o in capsule: la radice essiccata, tostata e macinata, viene anche usata come surrogato del caffè, un’abitudine diffusa soprattutto nel nord Europa per chi vuole ridurre la caffeina senza rinunciare al rito della tazzina calda.